A gennaio 2026 gli attacchi informatici in Italia superano la media globale. I dati mostrano una pressione crescente su aziende e PA.
C’è un errore che molte aziende commettono, quando parlano di sicurezza: trattare gli attacchi come eventi. Un incidente viene visto come un momento storto che poi fa tornare tutti alla normalità. Il problema è che questa normalità non esiste più da molto tempo, ormai. Questo perché le aggressioni digitali sono aumentate esponenzialmente nel nostro Paese, a tal punto da essere divenute quasi la normalità.

Il confronto dell’Italia con la media globale degli attacchi è il solo modo per dimostrare una realtà che nessuno vuole accettare. Se un Paese registra più pressione di altri, non è solo sfortuna, ma è un segnale di difese non aggiornate che non riescono a tenere il passo. Per capire bene la portata del fenomeno e la gravità dei dati, è necessario fare un passo indietro e affrontare per gradi l’argomento.
L’Italia sopra la media mondiale per attacchi
Secondo il Global Threat Intelligence Report di Check Point Research, nel mese di gennaio 2026 le organizzazioni italiane hanno subito in media 2.403 attacchi informatici a settimana. La media globale, nello stesso periodo, si è attestata a 2.090 attacchi settimanali. Il divario è nell’ordine del 15%, una differenza che colloca l’Italia stabilmente sopra il dato internazionale.
Il confronto su base annua evidenzia inoltre un incremento del 3% rispetto a gennaio 2025. Non si tratta di una variazione improvvisa, ma di un aumento che si inserisce in una curva già elevata. Questo significa che la pressione non nasce da un singolo evento, bensì da un accumulo progressivo di campagne, tentativi automatizzati e sfruttamento di vulnerabilità note.
Il dato settimanale va letto come una frequenza. Questo perché tiene conto della quantità di tentativi registrati contro le infrastrutture italiane, piuttosto che limitarsi agli attacchi riusciti. In tale contesto, la differenza tra prevenzione e reazione diventa una questione di tempi, non di probabilità.
Perché l’Italia registra più attacchi della media globale
Negli ultimi anni la digitalizzazione dei servizi pubblici e privati ha esposto notevolmente le nostre infrastrutture. Pubblica amministrazione, sanità, telecomunicazioni e istruzione sono oggi fortemente interconnesse, spesso attraverso piattaforme condivise e servizi cloud. Ogni nodo aggiunto aumenta l’efficienza, ma amplia anche i punti potenzialmente sfruttabili.
A differenza di altri Paesi, l’Italia presenta un tessuto produttivo molto frammentato. Infatti, questo è rappresentato principalmente da piccole e medie imprese (PMI), molte delle quali non dispongono di strutture interne dedicate alla cybersecurity. Ciò rende più probabile la presenza di sistemi non aggiornati, configurazioni errate e policy di accesso poco controllate.
Il contesto geopolitico e mediatico che viviamo da sei anni a questa parte, ha aumentato l’esposizione di enti pubblici e infrastrutture nazionali. Gli attacchi non mirano soltanto al profitto, ma anche alla visibilità e all’impatto simbolico. Com’è facile intuire, un Paese con un’ampia rete di servizi digitalizzati e una difesa disomogenea diventa un bersaglio frequente. Il dato numerico è la conseguenza di questo insieme di fattori, non un’anomalia isolata.
Le tecniche che guidano l’aumento
La principale causa di questi incrementi è legata alle sempreverdi campagne ransomware, che continuano a colpire le organizzazioni italiane con nuove varianti. Il principio alla base rimane sempre lo stesso. Una volta individuato un punto debole, il ransomware entra nella rete aziendale, cripta i dati presenti nei sistemi, li esfiltra e subito dopo pubblica la ransom note. Si tratta del classico schema delle estorsioni multiple con minaccia di pubblicazione. Questo aumenta la pressione sulle vittime e rende ogni compromissione potenzialmente più costosa.
Parallelamente cresce lo sfruttamento di vulnerabilità note non patchate, in particolare quelle legate ai sistemi operativi legacy, di cui è entrato a far parte anche Windows 10. Molti attacchi richiedono la semplice individuazione di sistemi esposti e configurazioni errate. L’automazione gioca un ruolo centrale, con scanner che cercano servizi vulnerabili su larga scala.
Ma anche l’IA sta rendendo le campagne di attacco molto più efficaci rispetto a prima. I messaggi di phishing sono più coerenti, personalizzati e credibili, a tal punto che l’utente riduce volontariamente la propria soglia di attenzione. In un Paese dove molte violazioni iniziano da una credenziale compromessa, questo elemento pesa.
Impatto per le aziende italiane
Una media superiore ai duemila attacchi settimanali non significa che ogni azienda venga colpita con la stessa intensità, ma indica un livello di pressione costante sull’intero sistema produttivo. Per molte realtà, soprattutto di piccole e medie dimensioni, questo si traduce in tentativi quotidiani di accesso non autorizzato, phishing mirato e scansioni automatiche alla ricerca di vulnerabilità. Anche quando l’attacco non va a buon fine, il costo in termini di monitoraggio, gestione e aggiornamento pesa notevolmente.
In caso di compromissioni riuscite, l’impatto economico non si limita al ripristino tecnico: per capire nel dettaglio come si svolgono gli attacchi hacker alle aziende, quanto costano davvero e come difendersi, abbiamo preparato una guida completa. Interruzione dei servizi, perdita temporanea di operatività, consulenze specialistiche e possibili sanzioni normative incidono in modo significativo. A ciò si aggiunge il danno reputazionale, che per molte imprese italiane rappresenta un fattore competitivo delicato, soprattutto nei settori regolati o ad alta esposizione pubblica.
La differenza tra grandi aziende e PMI è soprattutto organizzativa. Le prime dispongono spesso di team dedicati e procedure ben precise, mentrte le seconde si affidano a fornitori esterni e a interventi su richiesta. Quando la frequenza di attacchi è così elevata, solo le grandi aziende riescono davvero a far fronte alle minacce, potendo contare su tempi di risposta rapidi e recupero dati garantito. Ecco perché è necessario colmare questo divario il prima possibile.
In conclusione
Il superamento della media globale da parte dell’Italia, indica che il livello di esposizione del sistema Paese è elevato e che la pressione sulle nostre aziende è costante. La sicurezza informatica non può e non deve essere più trattata come un elemento secondario, ma come qualcosa di imprescindibile.
Seppur i numeri non raccontino tutto il quadro, offrono una lettura piuttosto chiara della situazione. L’Italia fa parte di un ecosistema digitale complesso, interconnesso e in espansione, dove ogni nuova integrazione amplia il perimetro da difendere. Ridurre il divario rispetto alla media globale non dipende da un singolo intervento tecnico, ma dalla capacità di aggiornarsi costantemente e monitorare la situazione. Solo in questo modo potremo davvero fare la differenza e sviluppare la nostra consapevolezza digitale.



