Dalla Brexit allo scandalo Cambridge Analytica. Perché la disinformazione è oggi una minaccia alla sicurezza democratica.
Definite dall’Unione Europea come “notizie dai toni e contenuti forti, ingannevoli o manifestamente false e divisive“, le informazioni fuorvianti vengono diffuse in modo strategico e sistematico, soprattutto attraverso le piattaforme digitali. L’obiettivo è quello di orientare reazioni e opinioni di gruppi specifici di utenti.
Di fronte a questo rischio, gli Stati democratici sono chiamati a rafforzare le proprie strategie di tutela e, quando necessario, a intervenire con tempestività.

L’evoluzione delle fake news in fenomeno globale
La disinformazione corre sul web. Oggi a fare da amplificatore sono soprattutto i social network, dove utenti privati e aziende espongono dati e contenuti a una platea potenzialmente illimitata. Le piattaforme digitali, con i loro algoritmi che aggiornano costantemente i feed e suggeriscono contenuti in base alle preferenze individuali, non offrono garanzie sulla qualità e sull’attendibilità delle informazioni diffuse. A questo si aggiungono aggregatori e siti che rilanciano notizie senza verificarne l’origine, contribuendo alla loro propagazione.
C’è poi un ulteriore elemento di accelerazione. La generazione automatica di testi, immagini, audio e video deepfake consente di produrre contenuti falsi con un livello di realismo sempre più elevato. Materiali manipolati o interamente costruiti che possono essere diffusi in tempi rapidissimi e raggiungere un pubblico vasto prima ancora di essere smentiti.
In parallelo, sistemi automatizzati e bot sono in grado di coordinare la diffusione dei messaggi, amplificandone la portata e creando l’impressione di un consenso spontaneo. È un meccanismo che rende la disinformazione non solo più veloce, ma anche più difficile da individuare e contrastare.
Dal caso Brexit allo scandalo Cambridge Analytica
Quando la disinformazione viene utilizzata per orientare l’opinione pubblica, gli effetti possono essere profondi. Il caso più noto di ciò resta la Brexit. Nel referendum del 2016, la campagna a favore o contro l’uscita dall’Unione Europea fu accompagnata dalla circolazione di numerose fake news. Molte di queste notizie, rilanciate anche da tabloid britannici, facevano leva sull’emotività: da un lato la sovranità nazionale e l’anti-immigrazione, dall’altro scenari economici allarmanti legati alla permanenza nell’UE. Il risultato fu un clima polarizzato, in cui la verifica dei fatti passò spesso in secondo piano.
Due anni dopo, nel 2018, esplose lo scandalo Cambridge Analytica. La società di consulenza fu accusata di aver raccolto senza consenso i dati personali di milioni di utenti Facebook e di averli utilizzati per campagne di profilazione politica, dagli Stati Uniti al Regno Unito.
Nel 2024 il Global Risks Report del World Economic Forum ha ribadito come le fake news rappresentino uno dei principali pericoli geopolitici contemporanei. Un pericolo ulteriormente accentuato dall’intelligenza artificiale, che oggi consente di produrre e diffondere contenuti falsi con rapidità e precisione sempre maggiori.
Strumenti e strategie contro la disinformazione online
Negli ultimi anni, anche alla luce di quanto accaduto durante la pandemia di Covid-19, l’Europa e altri Paesi hanno rafforzato le proprie iniziative contro le minacce ibride legate alla disinformazione. Durante l’emergenza sanitaria, la diffusione di notizie false su vaccini, cure e restrizioni ha mostrato con chiarezza quanto il tema non sia solo comunicativo, ma anche di sicurezza.
La disinformazione può accompagnarsi ad altre forme di pressione, incluse campagne coordinate volte a destabilizzare il dibattito pubblico o a influenzare decisioni politiche. Si tratta spesso di operazioni difficili da attribuire e condotte in modo da restare sotto la soglia del conflitto aperto, ma comunque capaci di incidere su cittadini, istituzioni e processi decisionali.
Nel 2020 l’Unione Europea ha rafforzato il proprio Rapid Alert System, una piattaforma pensata per condividere rapidamente informazioni tra istituzioni e Stati membri in caso di campagne di disinformazione. Parallelamente, sono state avviate interlocuzioni con le principali piattaforme social, chiedendo maggiore trasparenza sui meccanismi di diffusione dei contenuti e promuovendo collaborazioni con i fact-checker incaricati di verificare l’attendibilità delle notizie.



