Il dark web è da sempre circondato da un alone di mistero: un luogo virtuale losco, nascosto, accessibile solo a pochi. La realtà è più sfumata e, per chi si occupa di sicurezza informatica, molto più concreta. Il dark web è una porzione di Internet non indicizzata e volutamente anonima, dove convivono attività illecite e usi perfettamente legittimi.
In questa guida vediamo che cos’è davvero il dark web, come si differenzia dal deep web e dalla rete di superficie, perché viene utilizzato e, soprattutto, quali rischi comporta per le persone e per le aziende.

Che cos’è il dark web
Con il termine dark web (o web oscuro) si indica una ristretta porzione di Internet composta da siti e contenuti raggiungibili soltanto tramite software specifici, i cui indirizzi non sono indicizzati dai motori di ricerca e la cui rete è progettata per garantire l’anonimato di chi la usa.
Tre caratteristiche distinguono i contenuti del dark web:
- Non sono indicizzati: Google, Bing e gli altri motori di ricerca non li mostrano nei risultati.
- Non sono raggiungibili dai browser tradizionali come Chrome, Safari o Firefox in configurazione standard.
- Il traffico è instradato attraverso reti anonimizzanti, che nascondono l’identità e la posizione degli utenti.
Il dark web è tecnicamente un sottoinsieme del deep web, ma i due termini non sono sinonimi, come vedremo tra poco.
Dark web, deep web e surface web: le differenze
Per orientarsi conviene immaginare Internet come un iceberg diviso in tre livelli.
- Il surface web (o clearnet) è la punta emersa: tutti i siti raggiungibili con i normali motori di ricerca e browser. Si stima rappresenti solo una piccola frazione dei contenuti totali.
- Il deep web è la parte sommersa e di gran lunga più estesa: comprende tutto ciò che non viene indicizzato ma è perfettamente legale e quotidiano — caselle email, home banking, pagine di login, database privati, intranet aziendali, documenti riservati. Non ha nulla di illecito: semplicemente non è pensato per essere trovato da Google.
- Il dark web è una piccola porzione del deep web, accessibile solo con strumenti dedicati, dove l’anonimato favorisce anche attività illegali.
La confusione più comune è tra deep web e dark web: il primo è enorme e in larghissima parte lecito, il secondo è marginale e ambivalente. Abbiamo dedicato un approfondimento specifico alle differenze tra deep web e dark web.
Come si accede al dark web
L’accesso al dark web avviene tramite software di navigazione anonima, il più noto dei quali è Tor (The Onion Router). Tor instrada il traffico attraverso una serie di nodi che cifrano e “rimbalzano” i dati, rendendo molto difficile risalire all’utente.
La tecnologia dell’onion routing su cui si basa Tor nasce negli anni ’90 da una ricerca del laboratorio della Marina degli Stati Uniti, con l’obiettivo di proteggere le comunicazioni riservate; il browser Tor come lo conosciamo oggi è stato rilasciato pubblicamente nei primi anni 2000. Oggi è un software gratuito e scaricabile liberamente.
Una precisazione tecnica utile: Tor Browser utilizza DuckDuckGo come motore di ricerca predefinito, perché non traccia le ricerche degli utenti. I siti del dark web hanno invece indirizzi con dominio .onion, raggiungibili solo all’interno della rete Tor. Per approfondire la scelta degli strumenti di navigazione, vedi la nostra guida su come scegliere il browser più sicuro.
Entrare nel dark web è legale?
Sì: l’uso di Tor e l’accesso al dark web sono attività legali nella maggior parte dei paesi, Italia inclusa. Ciò che determina la liceità non è l’ambiente, ma le azioni che vi si compiono.
Navigare in forma anonima, leggere contenuti, proteggere la propria privacy o aggirare la censura in regimi autoritari è legittimo. Acquistare droga, armi, dati rubati o commissionare attacchi informatici è un reato, esattamente come lo sarebbe sul web tradizionale. L’anonimato del dark web non rende legale ciò che legale non è: rende solo più difficile l’identificazione di chi delinque.
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Che cosa si trova sul dark web
La parte illecita del dark web ospita veri e propri mercati neri, strutturati come normali piattaforme di e-commerce, con schede prodotto, recensioni e sistemi di pagamento in criptovaluta. Tra i beni e servizi più diffusi:
- Servizi di hacking e malware: è il modello del cybercrime-as-a-service, in cui chiunque, anche senza competenze tecniche, può acquistare o noleggiare strumenti offensivi — ransomware, keylogger e spyware, accessi a botnet e kit pronti per campagne di phishing.
- Dati e credenziali rubati: interi database sottratti tramite data breach, credenziali di accesso, numeri di carte di credito, documenti d’identità digitalizzati.
- Sostanze stupefacenti e farmaci: uno dei mercati più estesi e frequentati.
- Armi: un traffico reale, per quanto marginale rispetto ai canali illegali tradizionali.
- Documenti contraffatti e denaro falso: passaporti, carte d’identità, patenti e banconote false, con prezzi variabili in base alla qualità della falsificazione.
Va detto con chiarezza: acquistare o vendere questi beni costituisce reato, e gli stessi marketplace sono spesso trappole in cui l’acquirente viene a sua volta truffato o infettato.
Gli usi legittimi del dark web
Ridurre il dark web al solo crimine sarebbe però impreciso. L’anonimato che lo caratterizza ha anche funzioni socialmente preziose.
Giornalisti, informatori (whistleblower) e attivisti lo utilizzano per comunicare in sicurezza ed eludere la sorveglianza in contesti dove la libertà di stampa è limitata. Diverse testate internazionali, tra cui grandi quotidiani, mantengono una versione .onion dei propri siti proprio per raggiungere i lettori nei paesi dove sono censurate. Anche piattaforme molto diffuse offrono un accesso via Tor per garantire la connessione dove viene bloccata.
In altre parole, la stessa tecnologia che protegge un dissidente politico protegge anche un criminale: è uno strumento neutro, il cui valore dipende dall’uso che se ne fa.
I rischi legati all’accesso al dark web
Per un utente comune, avventurarsi nel dark web senza competenze è pericoloso. In un ambiente privo di controlli e regole, i rischi principali sono:
- Infezioni da malware: molti siti e file scaricabili sono veicolo di ransomware, spyware e trojan.
- Truffe: pagamenti in criptovaluta per beni mai consegnati, senza alcuna possibilità di rimborso.
- Furto di dati e accessi non autorizzati al proprio dispositivo.
- Rischi legali: la semplice visualizzazione di certi contenuti può configurare reato.
La regola è semplice: senza una ragione legittima e le competenze adeguate, il dark web è un ambiente da cui stare alla larga.
Dark web e aziende: il dark web monitoring
Per un’azienda il dark web non è una curiosità, ma un rischio operativo concreto. Dopo un data breach, le credenziali e i dati sottratti a un’organizzazione finiscono quasi sempre in vendita sui marketplace clandestini: email e password aziendali, accessi VPN, documenti riservati, informazioni sui clienti.
Quelle credenziali diventano poi la chiave d’ingresso per attacchi successivi — accessi non autorizzati ai sistemi, frodi via email, campagne di ransomware mirate. Il problema è che un’azienda spesso non sa di essere stata compromessa finché il danno non è già in corso.
È qui che entra in gioco il dark web monitoring: l’attività di sorveglianza continua dei mercati e dei forum clandestini per individuare tempestivamente credenziali o dati aziendali messi in vendita, e reagire prima che vengano sfruttati. Affiancato da misure preventive — autenticazione a più fattori, password robuste e uniche, e attività periodiche di Vulnerability Assessment per ridurre la superficie di attacco — permette di trasformare una minaccia invisibile in un rischio gestibile.
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